"Il palco è una scatola intarsiata, uno di quei contenitori nascosti in soffitta, con piani, sottopiani, interstizi, da cui potrebbe uscire di tutto. Il teatro di Cà luogo d'arte fa questo effetto: porta il pubblico in luoghi che sembrano conosciuti ma che riservano effetti sorprendenti, inaspettate apparizioni, comiche intersezioni; racconta una fiaba antica, ascoltata mille volte, ma che nelle mani di Maurizio Bercini, Marina Allegri e della compagnia di attori e artigiani del teatro diviene un oggetto magico e sconosciuto, attraente e desiderabile, di quelli che se te li metti ai piedi ti costringono a ballare finchè sanguini.
E "Scarpette Rosse", visto in anteprima sabato scorso al Teatro Europa, è uno spettacolo trascinante come l'oggetto del desiderio di Karen, interpretata con ironia da Francesca Grisenti, la giovane e misera protagonista del racconto, vittima di sé stessa, della propria vanità e smania di possesso; uno spettacolo che dentro di sé ne porta altri cento, in un gioco di scatole cinesi con continue trovate sceniche, continui cambi di ritmo e direzione.
Le maschere, i burattini, le botole, i disegni, gli abiti, le parrucche, le fiammate... tutto concorre ad alimentare una meccanismo a cucù, che di tanto in tanto sbalza in scena personaggi surreali, grotteschi, al limite del ridicolo, che quel limite non oltrepassano mai.
C'è un diavolo tentatore, il generoso ed energico Dario Eduardo De Falco, sbruffone e istrionico come un venditore di fumo, o un calzolaio, dotato di una sfavillante verve scenica, comica, sanguigna e rossa.
Accanto a lui Francesca Bizzarri, la beghina, la madre, la sarta, ma soprattutto una memorabile vecchina, con tratti somatici celebri ed alieni, cieca della vista e cieca nel cuore, che prende Karen sotto la sua protezione, rinchiudendola in una gabbia dorata per ottenere il regno dei cieli.
Abbandonate le fredde e macabre atmosfera da foresta nera, da infanzia umiliata ottocentesca, in "Scarpette Rosse" i toni si fanno decisamente più pop, anzi acid rock, irriverenti, a tratti orientaleggianti, con sprazzi di umorismo triviale e momenti di meta-teatralità spinta.
Uno spettacolo coraggioso, spudorato e sfrontato come le scarpette rosse ai piedi di Karen, che svela tanto il peccato di vanità e bramosia quanto quello di perbenismo e bigotteria."